Quando si decide di investire in azioni o ETF azionari, una delle prime scelte strategiche riguarda l'orientamento di portafoglio: puntare su titoli sottovalutati dal mercato, attendendo che il loro prezzo torni al valore reale, oppure investire su aziende con elevato potenziale di crescita futura, accettando valutazioni più care oggi per raccogliere i frutti domani? Questa è, in estrema sintesi, la distinzione tra Value Investing e Growth Investing.
Non si tratta di un dibattito puramente accademico: la scelta tra le due filosofie influenza in modo concreto i rendimenti attesi, la volatilità sopportata, la frequenza delle operazioni fiscalmente rilevanti e, in ultima analisi, la costruzione di un patrimonio nel tempo. Questo articolo è rivolto all'investitore italiano che vuole capire le differenze reali tra i due approcci, con dati orientativi aggiornati al 2026 e riferimenti alla fiscalità vigente.
- Valutazione: il Value Investing cerca titoli con prezzo inferiore al valore intrinseco (P/E basso, P/B basso); il Growth Investing accetta multipli elevati in cambio di tassi di crescita eccezionali.
- Orizzonte e volatilità: i titoli value tendono a essere meno volatili e distribuiscono più spesso dividendi; i titoli growth possono crescere molto di più ma anche perdere valore rapidamente in fasi di rialzo dei tassi o di revisione delle aspettative.
- Contesto di mercato: il value performa meglio in ambienti con tassi d'interesse più elevati e inflazione; il growth eccelle tipicamente in cicli di tassi bassi, dove i flussi di cassa futuri vengono scontati meno aggressivamente.
Cosa è il Value Investing
Il Value Investing è una filosofia d'investimento nata negli anni Trenta del Novecento, sviluppata da Benjamin Graham all'Università di Columbia e successivamente resa celebre dal suo allievo più famoso, Warren Buffett. Il principio di fondo è semplice ma potente: ogni azienda ha un valore intrinseco che può essere stimato analizzando i fondamentali — utili, flussi di cassa, attivi patrimoniali, posizione competitiva — e il mercato, a causa di emozioni collettive, euforia o panico, può temporaneamente prezzare un'azione ben al di sotto di quel valore reale. Il compito dell'investitore value è identificare questi gap e sfruttarli acquistando titoli a sconto.
In pratica, un investitore value si concentra su metriche come il rapporto prezzo/utili (P/E), il rapporto prezzo/valore contabile (P/B), il rendimento da dividendo (dividend yield) e la solidità patrimoniale. Preferisce settori considerati maturi — banche, assicurazioni, energia, utilities, beni di consumo di base — dove i flussi di cassa sono prevedibili e la crescita è lenta ma stabile. L'approccio richiede pazienza: spesso un titolo resta sottovalutato per mesi o anni prima che il mercato ne riconosca il valore reale, processo che Graham chiamava "catalizzatore" o ritorno alla media.
La fiscalità italiana del 2026 gioca un ruolo in questa strategia: i dividendi distribuiti da società italiane ed europee soggetti a imposta sostitutiva del 26% alla fonte, così come le plusvalenze da cessione di azioni. Tuttavia, titoli di Stato italiani e di Paesi UE/SEE white list beneficiano di un'aliquota agevolata del 12,5%, rendendo la componente obbligazionaria del portafoglio value fiscalmente più efficiente.
Pro del Value Investing
- Maggiore protezione al ribasso grazie al cosiddetto margin of safety (margine di sicurezza)
- Dividendi ricorrenti che generano flusso di cassa anche in assenza di apprezzamento del capitale
- Minore volatilità media rispetto ai titoli growth, utile per investitori con bassa tolleranza al rischio
- Performa storicamente bene in contesti di tassi d'interesse elevati o in aumento (a titolo indicativo, il passato non garantisce risultati futuri)
- Processo decisionale ancorato a dati fondamentali concreti, meno esposto all'irrazionalità dei mercati
Contro del Value Investing
- Rischio di "value trap": un titolo economico può restare economico — o peggiorare — se l'azienda è in declino strutturale
- Richiede analisi approfondita e aggiornamento continuo dei fondamentali
- Può sottoperformare il mercato per periodi prolungati, mettendo a dura prova la disciplina dell'investitore
- Settori value tradizionali (es. banche, energia fossile) esposti a rischi regolatori e di transizione energetica
Cosa è il Growth Investing
Il Growth Investing è la strategia di chi investe in aziende con tassi di crescita di fatturato, utili o quota di mercato significativamente superiori alla media del proprio settore o dell'economia generale. L'idea centrale è pagare un premio oggi — accettando valutazioni elevate in termini di P/E o P/S (prezzo/fatturato) — in cambio dell'aspettativa che la crescita futura dell'azienda giustifichi e superi ampiamente quel premio nel tempo.
L'approccio growth ha vissuto il suo apice tra il 2010 e il 2021, periodo in cui tassi d'interesse prossimi a zero hanno reso molto attraente il valore attuale dei flussi di cassa lontani nel tempo — il meccanismo che premia maggiormente le aziende la cui redditività è proiettata nel futuro. Settori tipicamente growth includono tecnologia, biotecnologia, intelligenza artificiale, cloud computing ed energie rinnovabili. In questi comparti le aziende reinvestono quasi tutto il capitale generato per alimentare la crescita, raramente distribuendo dividendi.
Per l'investitore italiano, la differenza pratica rispetto al value è che la maggior parte della remunerazione arriva da plusvalenze da cessione, tassate al 26% come capital gain. Non ci sono dividendi significativi da gestire, il che semplifica la pianificazione fiscale annuale. Tuttavia, in caso di realizzo di minusvalenze — più frequente su titoli ad alta volatilità — è importante ricordare che le minusvalenze da azioni compensano plusvalenze da azioni (redditi diversi), ma non i dividendi (redditi di capitale), rendendo la gestione del portafoglio in ottica fiscale più complessa con ETF rispetto ad azioni dirette.
Pro del Growth Investing
- Potenziale di rendimento assoluto molto elevato nel lungo periodo (a titolo indicativo, il passato non garantisce risultati futuri)
- Esposizione a settori innovativi e a trend strutturali di lungo termine (AI, green tech, biotech)
- Semplicità fiscale: poca gestione di dividendi, rendimento concentrato sulle plusvalenze
- Ideale in contesti di tassi bassi, dove i multipli elevati reggono meglio la pressione dello sconto
- Permette di partecipare alla creazione di valore in aziende che ridefiniscono interi mercati
Contro del Growth Investing
- Alta volatilità: le aspettative possono ribaltarsi rapidamente in caso di dati deludenti o revisione macro
- In ambienti di tassi alti, i multipli elevati si comprimono anche a parità di crescita aziendale
- Molte aziende growth non sono ancora profittevoli, aumentando il rischio di scenario negativo
- Richiede capacità di distinguere tra crescita sostenibile e crescita "di moda" dettata dall'entusiasmo del mercato
- Minusvalenze più frequenti possono accumulare zainetti fiscali difficili da compensare
Confronto diretto: Value Investing vs Growth Investing
| Criterio | Value Investing | Growth Investing |
|---|---|---|
| Metrica chiave di selezione | P/E basso, P/B basso, alto dividend yield | Alto tasso di crescita fatturato/utili, P/E elevato accettato |
| Settori tipici | Banche, energia, utilities, beni di consumo base | Tech, biotech, AI, cloud, energie rinnovabili |
| Orizzonte temporale tipico | Medio-lungo (3–10 anni) | Lungo (5–15+ anni) per sfruttare la crescita composta |
| Volatilità attesa | Medio-bassa (beta spesso <1) | Alta (beta spesso >1, drawdown significativi) |
| Dividendi | Frequenti e relativamente elevati | Rari o assenti (capitale reinvestito nella crescita) |
| Impatto dei tassi d'interesse | Favorito da tassi alti (minore impatto sul valore intrinseco) | Penalizzato da tassi alti (flussi futuri scontati di più) |
| Fiscalità prevalente (IT 2026) | 26% su dividendi e plusvalenze; 12,5% su Titoli di Stato UE | 26% su plusvalenze; minusvalenze compensabili solo con redditi diversi |
| Profilo investitore ideale | Prudente-moderato, orientato al reddito passivo e alla stabilità | Moderato-aggressivo, con alta tolleranza alla volatilità e orizzonte lungo |
Quando scegliere il Value Investing
Il Value Investing risulta particolarmente adatto nelle seguenti situazioni:
- Ambiente di tassi d'interesse elevati o in rialzo. Quando le banche centrali mantengono i tassi su livelli alti, i multipli dei titoli growth si comprimono mentre i titoli value — spesso con flussi di cassa attuali robusti — tengono relativamente meglio. In questi cicli, il dividend yield dei titoli value diventa competitivo rispetto al rendimento obbligazionario.
- Fase avanzata del ciclo economico o recessione incipiente. I settori value tradizionali come utilities, beni di consumo di base e salute tendono a mostrare una minore correlazione con il ciclo economico, offrendo protezione parziale nei periodi di contrazione del PIL.
- Investitore con esigenza di reddito passivo. Chi desidera integrare il reddito da lavoro o dalla pensione con flussi regolari — dividendi trimestrali o semestrali — troverà nel value investing una fonte più affidabile rispetto ai titoli growth, che reinvestono il capitale senza distribuirlo.
- Costruzione di un portafoglio con bassa volatilità complessiva. Per chi si avvicina alla pensione, per chi ha un orizzonte temporale più corto, o per chi semplicemente non regge emotivamente grandi oscillazioni, la natura più difensiva dei titoli value riduce la probabilità di vendite in preda al panico nei momenti di ribasso.
Quando scegliere il Growth Investing
Il Growth Investing è la scelta più indicata in questi scenari:
- Orizzonte temporale lungo (10+ anni) e alta tolleranza alla volatilità. Il tempo è il principale alleato dell'investitore growth: permette di attraversare i cicli di mercato negativi — anche prolungati — senza dover liquidare le posizioni, e di beneficiare pienamente della crescita composta nel lungo periodo.
- Ambiente macroeconomico di tassi bassi o in discesa. In periodi di politica monetaria accomodante, i multipli elevati dei titoli growth reggono meglio perché il tasso di sconto applicato ai flussi di cassa futuri è più basso, aumentando il valore attuale delle aspettative di crescita.
- Volontà di partecipare a megatrend strutturali. Chi crede in trasformazioni di lungo periodo — intelligenza artificiale, genomica, transizione energetica, digitalizzazione dei servizi finanziari — trova nel growth investing lo strumento più diretto per esporsi a queste dinamiche, accettando la maggiore incertezza che ne deriva.
- Investitore giovane in fase di accumulo. Chi è all'inizio del proprio percorso di risparmio, senza dipendere dal portafoglio per il reddito corrente, può permettersi di ignorare la volatilità di breve periodo e concentrarsi sul potenziale di apprezzamento di lungo termine dei titoli growth.
Verdetto finale
Non esiste una risposta universale alla domanda "quale strategia è migliore tra value e growth investing". I dati storici mostrano che le due filosofie si alternano in periodi di dominanza — il growth ha sovraperformato in modo netto tra il 2010 e il 2021, mentre il value ha mostrato una ripresa significativa dal 2022 in poi con il rialzo dei tassi — ma nessuna delle due ha stabilmente e definitivamente battuto l'altra su orizzonti molto lunghi (a titolo indicativo, il passato non garantisce risultati futuri).
La scelta più razionale per la maggior parte degli investitori italiani è una combinazione bilanciata delle due strategie, calibrata in base a età, tolleranza al rischio, esigenza di reddito e contesto macro. Un portafoglio core composto da ETF azionari globali a larga capitalizzazione — che già mescola naturalmente titoli value e growth — può essere integrato con una quota satellitare orientata deliberatamente verso uno dei due stili, a seconda del contesto di mercato e delle preferenze personali.
In termini fiscali, nel 2026 entrambi gli approcci sono tassati al 26% sulle plusvalenze e sui dividendi azionari. La vera differenza fiscale sta nella pianificazione: i dividendi ricorrenti del value richiedono gestione attiva della tassazione anno per anno; le plusvalenze del growth si concentrano nei momenti di realizzo e permettono una maggiore flessibilità temporale.
Domande frequenti
Value investing e growth investing sono compatibili nello stesso portafoglio?
Sì, e spesso è la scelta più saggia. Molti investitori adottano un approccio "core-satellite": il nucleo del portafoglio è un ETF globale diversificato (che include già entrambi gli stili), mentre la parte satellitare può essere orientata deliberatamente verso il value o il growth a seconda della fase di mercato e della propria visione. Questa combinazione riduce il rischio di scommettere sull'uno o sull'altro stile in modo assoluto.
Con i tassi in calo nel 2026, conviene spostarsi verso il growth?
Un contesto di tassi in discesa favorisce storicamente i titoli growth, perché il tasso di sconto più basso aumenta il valore attuale dei flussi di cassa futuri. Tuttavia, attenzione a inseguire le performance passate recenti: se il mercato ha già incorporato le aspettative di taglio dei tassi nei prezzi, i multipli dei titoli growth potrebbero essere già pienamente valorizzati. È importante valutare caso per caso e non operare scelte tattiche su base esclusivamente macro.
Quali ETF si orientano verso il value e quali verso il growth?
Esistono ETF specifici che replicano indici orientati allo stile value (es. basati su indici MSCI Value o S&P Value) e indici orientati al growth (es. MSCI Growth o S&P Growth). Prima di investire è fondamentale verificare la metodologia di costruzione dell'indice, i costi (TER), la liquidità e il trattamento fiscale nel proprio regime di riferimento. Non è opportuno citare ETF specifici senza aggiornare la verifica su disponibilità e condizioni correnti.
Come vengono tassati i dividendi da azioni estere per un investitore italiano nel 2026?
I dividendi da azioni estere sono soggetti a doppia imposizione: il Paese di residenza della società applica una ritenuta alla fonte (variabile per accordo bilaterale), poi in Italia si applica l'imposta sostitutiva del 26% sull'intero dividendo lordo. Grazie alle convenzioni contro la doppia imposizione, la ritenuta estera può essere recuperata parzialmente come credito d'imposta, ma le modalità variano in base al regime fiscale (amministrato o dichiarativo) e al Paese di provenienza del dividendo. Si raccomanda di verificare con un consulente fiscale abilitato.
È possibile dedurre le minusvalenze su azioni growth per compensare le plusvalenze?
In Italia, le minusvalenze realizzate su azioni (redditi diversi) possono compensare le plusvalenze da azioni entro i quattro anni successivi. Tuttavia, le minusvalenze non compensano i dividendi (redditi di capitale). Per gli ETF la situazione è ancora più articolata: le perdite su ETF armonizzati generano minusvalenze non compensabili con le plusvalenze dello stesso ETF — ma possono compensare plusvalenze da azioni o altri strumenti classificati come redditi diversi. È consigliabile pianificare le operazioni di realizzo con l'ausilio di un commercialista o consulente finanziario.
Disclaimer: Questo articolo è puramente informativo e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o di investimento. I dati fiscali riportati si riferiscono alla normativa italiana vigente alla data di pubblicazione (settembre 2026) e possono essere soggetti a modifiche. I rendimenti storici citati sono a titolo meramente indicativo: le performance passate non garantiscono risultati futuri. Prima di effettuare qualsiasi scelta di investimento, si raccomanda di consultare un consulente finanziario indipendente e un professionista fiscale abilitato.